

Per molto tempo scegliere il riscaldamento di una casa ha significato decidere quale generatore installare. Una caldaia oppure un’altra. Una fonte energetica al posto di un’altra. Oggi il ragionamento può essere meno rigido: in alcuni edifici due tecnologie differenti possono essere chiamate a fare lavori diversi, ciascuna nel momento in cui riesce a svolgerli meglio. Da qui nasce una domanda sempre più interessante: caldaia a biomassa e pompa di calore possono lavorare nello stesso impianto? Possono. Ma questa è soltanto metà della risposta.
Mettere insieme due generatori non significa automaticamente consumare meno, né rende un impianto più efficiente per definizione. Bisogna prima capire perché si vuole farlo. Una pompa di calore aria-acqua utilizza energia elettrica per trasferire calore dall’ambiente esterno all’edificio e le sue prestazioni cambiano al variare delle condizioni di lavoro; una caldaia a biomassa produce invece energia termica attraverso la combustione di pellet, legna o altre biomasse compatibili. Sono tecnologie profondamente diverse, ed è proprio questa diversità che può diventare interessante se il progetto assegna a ciascuna un compito preciso. La ricerca tecnica sta studiando da vicino questo tipo di configurazioni. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Energy, dedicato ad abitazioni in differenti zone climatiche, ha analizzato sistemi nei quali una pompa di calore aria-acqua viene affiancata da una caldaia a biomassa, mostrando quanto il risultato dipenda da clima, dimensionamento dei generatori, accumulo e strategia di controllo. Un altro studio del 2024, concentrato sulle abitazioni rurali, arriva allo stesso punto da una strada diversa: non basta avere due fonti disponibili, bisogna stabilire quando lavora l’una, quando interviene l’altra e come vengono coordinate.
Ed è qui che la questione diventa molto concreta. In una casa ben isolata una pompa di calore potrebbe coprire con efficienza buona parte della stagione; nei giorni più rigidi, o quando il fabbisogno cresce, la biomassa può assumere un ruolo diverso. Altrove, invece, questa combinazione potrebbe aggiungere costi e complessità senza offrire un vantaggio sufficiente.
Due generatori, quindi, non sono necessariamente meglio di uno. Lo diventano soltanto quando l’edificio, il clima, l’impianto di distribuzione e le abitudini di chi vive la casa danno a entrambi una ragione precisa per esserci.
Sommario

caldaia a biomassa e pompa di calore
Cercare una temperatura precisa oltre la quale spegnere la pompa di calore e accendere la caldaia sarebbe comodo. Cinque gradi? Zero? Meno cinque? In realtà non esiste una soglia valida per tutte le case. La temperatura esterna è certamente importante, soprattutto per le pompe di calore aria-acqua, ma è soltanto uno dei dati che il sistema deve mettere insieme. ENEA ricorda che, quando la sorgente è l’aria esterna, la potenza resa dalla pompa di calore diminuisce al diminuire della temperatura e che, intorno a 0 °C, può rendersi necessario anche il ciclo di sbrinamento, che richiede energia.
Ma due case nella stessa strada possono comportarsi in maniera molto diversa. Una costruzione recente, ben isolata e dotata di terminali che lavorano con acqua a temperatura contenuta può continuare a richiedere relativamente poca energia anche durante una giornata fredda. Una casa più dispersiva, magari con radiatori progettati per temperature elevate, potrebbe invece chiedere alla pompa di calore uno sforzo maggiore molto prima. È per questo che il punto di passaggio tra un generatore e l’altro non dovrebbe essere scelto guardando soltanto le previsioni meteo. Conta il fabbisogno termico reale dell’edificio, quello che dipende da isolamento, superficie disperdente, serramenti, esposizione e temperatura richiesta negli ambienti. Su questo aspetto è utile anche l’approfondimento di Girasole sulla potenza reale di una caldaia a biomassa, proprio perché ricorda quanto i soli metri quadrati raccontino poco del lavoro che un generatore dovrà svolgere.
Nella progettazione di sistemi con pompa di calore aria-acqua e caldaia a biomassa si parla infatti di temperatura bivalente: è il punto in cui la capacità della pompa di calore, nelle condizioni esterne di quel momento, incontra il fabbisogno dell’edificio. Sopra quella soglia la pompa di calore può essere in grado di coprire da sola la richiesta; in una fascia intermedia i due generatori possono collaborare; in determinate condizioni più severe può essere la biomassa a sostenere una parte maggiore, o la totalità, del carico. È una logica studiata anche nella letteratura scientifica recente sui sistemi combinati aria-acqua e biomassa. La cosa interessante è che questa soglia non è necessariamente immobile per tutta la vita dell’impianto. Cambiano le tariffe elettriche, cambia il costo della biomassa, può essere installato un impianto fotovoltaico, possono essere sostituiti i serramenti o migliorato l’isolamento dell’edificio. Una casa che richiedeva molta energia dieci anni prima potrebbe averne bisogno di molta meno dopo una riqualificazione. La logica di funzionamento dovrebbe seguire la casa, non rimanere ancorata alle condizioni in cui l’impianto è nato.
Anche la temperatura dell’acqua richiesta dai terminali pesa parecchio, proprio per questo una pompa di calore tende a trovarsi in condizioni più favorevoli quando la differenza tra la temperatura della sorgente esterna e quella che deve fornire all’impianto rimane contenuta. Chiederle acqua molto calda mentre fuori la temperatura scende significa aumentare il salto termico che deve affrontare. Per questo un edificio con pavimento radiante o altri terminali a bassa temperatura presenta condizioni molto diverse da un impianto con radiatori che richiedono mandate più elevate. Non è una questione di “pompa di calore buona o cattiva”: è il sistema nel quale viene inserita a determinarne una parte importante delle prestazioni. ENEA, nelle proprie analisi sperimentali, mostra infatti come COP e potenza della pompa di calore varino al cambiare delle condizioni di temperatura esterna e dell’acqua prodotta.
Poi c’è una variabile meno tecnica, ma tutt’altro che secondaria: quanto costa produrre quel calore in quel momento? Se l’abitazione dispone di fotovoltaico e c’è produzione elettrica disponibile, la pompa di calore può assumere un ruolo particolarmente interessante in alcune ore della giornata. In altre condizioni, soprattutto quando la richiesta termica cresce, può diventare più sensato affidare una parte maggiore del lavoro alla biomassa. Una regolazione evoluta può essere progettata proprio per evitare che sia il proprietario a decidere ogni mattina quale generatore accendere.
Ed è forse questo il punto più importante. L’obiettivo non dovrebbe essere stabilire quale delle due tecnologie “vince”… sarebbe una gara senza molto senso. Una caldaia a biomassa e una pompa di calore diventano interessanti insieme quando smettono di competere e cominciano a dividersi il lavoro secondo condizioni precise. La qualità dell’impianto, allora, non sta nell’avere due generatori. Sta nel sapere perché, e soprattutto quando, deve lavorare ciascuno dei due.
Avere due generatori disponibili non significa doverli tenere entrambi in funzione. Anzi. La parte più interessante di un impianto con caldaia a biomassa e pompa di calore comincia proprio quando si smette di ragionare in termini di semplice accensione e spegnimento e si stabilisce una priorità: quale fonte deve produrre calore in quel momento, quale deve aspettare e in quali condizioni ha senso che intervengano entrambe. È un lavoro che non dovrebbe essere affidato alla memoria di chi vive la casa. Sarebbe poco realistico immaginare qualcuno che, ogni mattina, controlla temperatura esterna, costo dell’elettricità, livello dell’accumulo e fabbisogno degli ambienti prima di decidere quale macchina avviare. Il valore dell’automazione sta proprio nel togliere queste decisioni dalla quotidianità. Sensori, centraline e logiche di controllo possono leggere alcuni parametri dell’impianto e comandare i generatori secondo criteri stabiliti durante la progettazione.
E quei criteri contano parecchio. Uno studio dell’Università di Zaragoza sui sistemi con pompa di calore aria-acqua e caldaia a biomassa ha confrontato differenti configurazioni mostrando che schema dell’impianto, dimensionamento e algoritmo di controllo incidono sulle prestazioni stagionali, sui costi di esercizio e persino sul numero di cicli di accensione e spegnimento dei generatori. In altre parole, non basta possedere le tecnologie giuste. Conta molto il modo in cui vengono comandate. L’accumulo termico può avere un ruolo importante dentro questo equilibrio. Non perché debba necessariamente essere presente in qualsiasi configurazione, ma perché, quando previsto e correttamente dimensionato, permette di separare il momento in cui il calore viene prodotto da quello in cui viene utilizzato. La caldaia può cedere energia all’accumulo durante una fase di lavoro favorevole; l’impianto può poi prelevarla quando gli ambienti la richiedono. Lo stesso principio permette, in determinate configurazioni, di gestire in maniera più flessibile anche il contributo della pompa di calore.
Ma c’è un particolare che merita attenzione. Accumulo non significa automaticamente risparmio. Un serbatoio troppo grande, temperature impostate senza una logica coerente o dispersioni non considerate possono rendere il sistema più complesso senza restituire un vantaggio proporzionato. Anche qui è il progetto a fare la differenza. In una ricerca sperimentale ENEA sui sistemi integrati, accumuli, valvole motorizzate e controllo delle temperature vengono gestiti insieme proprio per indirizzare l’energia termica verso il serbatoio o il servizio che ne ha bisogno in quel momento. La questione diventa ancora più interessante quando nella casa è presente un impianto fotovoltaico. Nelle ore in cui c’è produzione elettrica disponibile, la strategia può attribuire maggiore spazio alla pompa di calore e, se l’impianto lo consente, trasformare una parte di quell’energia in calore da utilizzare successivamente. Quando invece le condizioni cambiano, la biomassa può assumere un ruolo maggiore. Non è un automatismo valido per chiunque: dipende da potenze installate, profilo dei consumi, dimensionamento dell’accumulo e configurazione elettrica. Ma mostra bene quanto sia limitante giudicare un impianto soltanto guardando i due generatori.
La vera macchina, in un certo senso, è il sistema che li mette d’accordo.
In estrema sintesi, non si deve produrre più calore possibile ma si deve produrre il calore necessario, con il generatore più adatto alle condizioni di quel momento, evitando che caldaia e pompa di calore si accendano senza una ragione, si sovrappongano inutilmente o lavorino fuori dalle condizioni per cui sono state scelte.

caldaia a biomassa e pompa di calore
Non tutte le abitazioni hanno bisogno di due generatori. È forse la cosa più importante da dire prima di chiudere il cerchio. L’abbinamento tra caldaia a biomassa e pompa di calore diventa interessante soprattutto quando l’edificio presenta condizioni che permettono alle due tecnologie di esprimersi in momenti diversi. Una casa rurale non servita dalla rete del gas, per esempio, può essere un contesto particolarmente adatto: la pompa di calore può coprire una parte consistente del fabbisogno nelle condizioni più favorevoli, mentre la biomassa può intervenire quando la richiesta termica cresce o quando la temperatura esterna rende meno conveniente affidarsi soltanto all’aria come sorgente. È proprio su abitazioni isolate e rurali che la ricerca dell’Università di Zaragoza ha studiato configurazioni combinate aria-acqua e biomassa, evidenziando quanto clima, dimensionamento e strategia di funzionamento incidano sul risultato finale.
Può avere senso anche dopo una riqualificazione energetica. Immaginiamo una casa in cui siano stati sostituiti i serramenti, migliorato l’isolamento e magari installato un impianto fotovoltaico. Il fabbisogno termico non è più quello di prima e una parte della stagione potrebbe essere coperta efficacemente dalla pompa di calore, lasciando alla caldaia a biomassa i momenti in cui serve maggiore potenza. In questi casi, però, bisogna ricalcolare davvero le esigenze dell’edificio. Mantenere generatori dimensionati sulle vecchie dispersioni soltanto “per sicurezza” può produrre l’effetto opposto: macchine sovradimensionate, cicli più frequenti e un impianto meno razionale.
Lo stesso ragionamento vale quando si parte da una caldaia già presente. Prima di sostituirla automaticamente, può essere utile capire se abbia ancora un ruolo dentro un progetto più ampio. Alcune caldaie Girasole, ad esempio, sono progettate per essere collegate sia a impianti nuovi sia a impianti esistenti, come nel caso della PRIMA Unica. Questo non significa che qualsiasi caldaia possa essere affiancata a qualsiasi pompa di calore: significa che, in fase di ristrutturazione, vale la pena ragionare sull’intero sistema prima di decidere cosa eliminare e cosa conservare.
Ci sono però anche situazioni in cui aggiungere una seconda tecnologia rischia di offrire poco. Una casa piccola, ben isolata, con fabbisogni modesti e una pompa di calore già correttamente dimensionata potrebbe non avere alcun bisogno di una caldaia di supporto. All’estremo opposto, un edificio molto dispersivo con terminali che richiedono temperature elevate non diventa automaticamente efficiente installando una pompa di calore accanto alla biomassa. A volte il primo investimento da valutare non è un nuovo generatore, ma l’edificio stesso.
E poi ci sono lo spazio e la gestione. Una caldaia a biomassa richiede locale tecnico, combustibile, stoccaggio e manutenzione; la pompa di calore aggiunge una propria unità e una logica di controllo più articolata. Se questi elementi vengono inseriti senza una necessità reale, si ottiene soltanto un impianto più costoso e complesso. Se invece rispondono a un problema preciso – assenza del gas, forti variazioni stagionali del carico, disponibilità di biomassa locale, produzione fotovoltaica, necessità di coprire picchi di richiesta – allora la presenza di due generatori comincia ad avere una logica.
È per questo che il vero criterio non è chiedersi se biomassa e pompa di calore siano compatibili. Lo sono, se il progetto lo consente. La domanda migliore è un’altra: quale problema dell’edificio deve risolvere ciascuna delle due?
Se la risposta è chiara, l’integrazione può essere sensata. Se non lo è, probabilmente avere più tecnologia non significa avere un impianto migliore.
Ci sono case in cui aggiungere una seconda fonte di calore apre possibilità interessanti. Altre in cui complica ciò che funzionava già bene. La differenza non sta nel numero delle tecnologie installate, ma nella precisione con cui sono state scelte. Una pompa di calore può trovare il proprio spazio nelle condizioni in cui lavora con maggiore efficacia; la biomassa può rispondere a richieste differenti, sostenere i periodi più impegnativi o valorizzare un combustibile disponibile sul territorio. Ma deve esserci una ragione concreta per entrambe.
È forse questo l’aspetto più utile da portare con sé quando si valuta una caldaia a biomassa e pompa di calore nello stesso impianto. Prima dei cataloghi vengono la casa, il clima, le temperature richieste ai terminali, le dispersioni, le abitudini di chi la abita e le fonti energetiche realmente disponibili. Una vecchia abitazione di campagna non pone gli stessi problemi di una villetta appena riqualificata; una famiglia presente tutto il giorno non consuma nello stesso modo di chi rientra soltanto la sera. Progettare significa partire da queste differenze, non cancellarle con una soluzione standard.
Girasole Caldaie progetta e realizza sistemi a biomassa destinati a contesti domestici, agricoli e professionali, nei quali il generatore può diventare parte di un impianto più articolato. Ed è proprio quando si lavora su integrazioni di questo tipo che la valutazione iniziale acquista ancora più importanza: capire cosa esiste già, cosa serve davvero e quali prestazioni dovrà garantire il sistema nelle diverse condizioni dell’anno.
Perché due tecnologie possono certamente lavorare insieme. Ma la qualità del progetto si vede quando nessuna delle due è lì soltanto perché “si può mettere”. Deve esserci per un motivo. E quel motivo deve partire dalla casa.